Un edonismo d’amore intimo: BACCANTI TIMIDE


Si svolge presso Otium – Wine Bar, caffè letterario di
Vittoria (Via Cavour 49) ,
in occasione del Jazz Festival, la mostra «BACCANTI
TIMIDE
», oli su carta di Vincenzo Tomasello .

Un titolo che racchiude già
nella sua ossimoricità il significato del segno, del tratto dell’autore.

Una mostra infatti  che pare rinviare ad una esperienza
edonistico dionisiaca, cosa che di fatto è e si mantiene  ad essere, ma che si traduce in un velo, un
improvviso scostarsi, una parentesi aperta ad un oltre, abisso quasi scavato, ma con dolcezza.

La linea nera, a tratti
sottile a tratti possente, ondulata e ricurva, ci conduce infatti non solo
attraverso corpi, forme, sinuosità della carne, ma anche dietro volti accennati
per tratti veloci, non volti: espressioni, movenze, ombre.

Le forme non sono in realtà
forme, ma ciò che vi è dentro. I corpi non sono in realtà corpi, ma gesti,
calore.

La stessa immagine rappresentativa della mostra ne diventa emblema: un contorno sinuoso di corpo di donna che non è altro se non una finestra.

Così in Baccante all’alba, la più lirica forse delle carte, in cui la
fisicità si fonde con la luce intensa d’un sorgere per esserne disintegrata e diventarne portavoce, pur mantenendo tuttavia un ombra, ombra possente.

Qui il colore e l’ombra si fanno protagonisti di un interscambio tra interiorità e mondo esterno come di vasi comunicanti.

La linea tuttavia non è in nessun ritratto linea di contorno, ma rappresenta la stessa mano dell’autore che sfiora, accarezza il corpo che ha in mente nello stesso istante in cui lo traduce in segno e par di percepire il calore del tatto in quella scia carnale che a volte segue il tratto nero e ne rafforza le angolature, i punti.

E’ una esperienza fisica quella che Tomasello pare voglia trasmettere, fatta di profumi, fruscii, sapori, ma che trova edonismo nel gesto, nel movimento che si fa espressione e raggiunge l’interiorità.

Una sorta di plasticità del moto d’un attimo: del cenno, del sopracciglio o labbro che muta curvatura, di una ciocca che si sposta, d’una mano che s’alza.

Moto che aspira a rendersi tangibile nel segno di un foglio bianco e allo stesso tempo diventa moto dell’animo:

come in ogni volto, dove s’intersecano talmente tante movenze che è impossibile raggiungere un’interpretazione, almeno un’unica visione.

Il medesimo lirismo si riversa in paesaggi, contorni di crateri, in cui si percepisce lo stesso tocco-sfioro d’amore, del sensibile che diventa piacere intimo.

Di tutte le baccanti par che l’Etna sia la vera amante prediletta, l’unica, e allo stesso tempo madre.

Essa si erge imponente e nuda, senza veli, come in Etna – to Garbarek 1, e rende un sentimento filiale che aspira a protezione, quasi un totem, una visione contemplativa.

Emerge un attaccamento tutto terreno, di terra come genitrice, ma anche come fonte di energia propulsiva che diventa ispirazione artistica e vuole essere un richiamo.

“Siediti e contempla” come un qualcosa di quotidiano e semplice, sembrano voler dire Etna seduta – baroque 1 e  Etna
seduta – baroque 2
, con il riferimento forte  alla nostra cultura artistica monumentale.

                     

E pare un invito ad una scalata, o un racconto d’un’altra, anche Etna – to Garbarek 2, in cui viene reso il segreto edonistico del
respirare al respiro della natura. Rappresentazione che vuole assurgere dunque ad esperienza mistica o ne vuole dare suggerimento.

E’ proprio la quotidianità, semplicità del suo tratto che porta dietro una complessità di pensiero e profondità d’emozione, l’amore per il gesto, l’espressione, il corpo come riflesso di un intimo da accarezzare, trarre a nutrimento, nonché l’attaccamento alla terra, alla natura come esperienza mistica e salvifica, che rendono la mostra di Vincenzo Tomasello una mostra singolare.

Una mostra che dice molto alla nostra contemporaneità.