Storia di una foglia che morì mentendo di Xander

Un mio caro amico che mi onora spesso donandomi alcuni suoi scritti, me ne ha fatto leggere uno che mi ha particolarmente colpito e vorrei condividere con voi:

Storia di una foglia che morì mentendo

Ricordo, ricordo un giorno che ero ancora una gemma. C’era una
gran luce, e mi stringeva una goccia di rugiada. Per l’albero, mio padre, era
un niente sorreggere me, pallina verde in un bozzolo di quiete. Non rammento cosa
alcuna, così ferma.

Passavano i soli, correvano le lune, e venne in me il tepore di una linfa. Non
mi scuoteva il vento, non lo sentivo il freddo. Ero un verde frammento di
cielo.

Ricordo, ricordo un giorno che vidi un bocciolo. Il suo candore di nuvola era
bello, e lontano. “Ciao, ciao! Sono una foglia, una piccola verde foglia!
Sei felice, bocciolo?”. Egli non rispose. Solo, vidi i verdi petali
tremare.

Passavano i soli, correvano le lune. Vivevo, nella tiepida pace dei giorni.
Ricordo, ricordo il tempo delle api, che vidi intorno a me tante sorelle: piccole e verdi anche loro. “Ciao! Ciao!”. Erano affettuose, e giocavamo a oscillare lievi al tiepido vento da est. Era strano muoversi insieme, vibrando come farfalle.

Passavano i soli, correvano le lune; e vidi un fiore, lucente e colorato.
“Ciao! Sono una foglia, una leggera verde foglia! Sei felice,
fiore?”. Ed egli rispose “Verde, sottile foglia, ti prego, non
chiedermi niente”.

Ricordo, ricordo un giorno che venne un temporale. L’acqua era forte, e il
vento faceva male. Vidi quel fiore cadere al suolo, pesante: e rompersi dentro.
A terra, intorno, foglie: morte. Ricordo, ricordo la paura.

Passavano i soli, correvano le lune, e incostante era il calore che ci
benediva. Danzare al vento era fatica, e il freddo, di notte, gelava fino alla
linfa. Per le mie sorelle, a volte era un niente: cadere, e non tornare più.

Ricordo, ricordo che chiesi all’albero mio padre: “Perché questo, padre
mio? Perché  il vento soffia, e il freddo
stringe? Perché ci reclama la terra infelice?”. Non ebbe sussulti, il mio
creatore. Solo, poche lacrime di resina.

Passavano i soli, correvano le lune, e sempre grigio era il cielo che ci
tormentava. Dolorosa era la pioggia, rossa la mia cuticola. “Sorella
foglia, ti scongiuro, dimmi cosa deve accadere”. Lo chiesi ancora, ancora,
e ancora..

Ricordo, ricordo domande, e ogni tipo di risposta, frammiste al vento che
sempre soffiava da nord. “Non smetterà mai”, “finirà
presto”. E sentii dire: “Finirà il freddo, torneranno le api. Ma noi
non saremo lì per vederle”. E già eravamo in poche.

Passavano i soli, correvano le lune, e la pioggia si fece grandine, e la
grandine si fece neve. Con i residui della mia linfa, incedevo nello stringermi
al padre mio. Non vivevo, e ancora non morivo. Ero sola, in alto, nel freddo.
Per giorni, e giorni, finché non smisi ogni colore.

Ricordo, ricordo il gelo: piano, venire meno. Ricordo, ricordo il sole: piano,
riabbracciare ogni cosa.

Passavano i soli. Correvano le lune. E io, cedevo, sottile.

Ricordo, ricordo una gran luce, e la rugiada. Ricordo, ricordo una gemma, una
piccola, felice gemma verde, accanto a me. Era così, allora: la fine era
l’inizio, l’alba era il tramonto. Ricordo una vocina, pochissimo distante,
sussurrare “Ciao, ciao! Sono una foglia! Chi sei, tu?”. Ricordo,
ricordo che risposi “Ciao, piccola foglia. Non vedi, sono una farfalla,
una grigia e leggera farfalla. Gioco a rincorrere le api, così come i giorni si
rincorrono tra loro. Ecco, guarda come volo”.

E caddi, sfinita, mentendo.

Xander

Per la foto si ringrazia Simona Concorso

Sotto le stelle

– Anima mia, tu credi che la primavera tornerà,  potrebbe ritornare?

– La primavera torna sempre!

– Non quella.  Dico La Primavera: quando mi poggiavi la testa sulla spalla e sentivo il tuo profumo e mi tenevi  sempre  la mano, come io la tua in un dito, e respiravo al tuo respiro e nei tuoi occhi mi vedevo e nella loro luce leggevo ogni ombra …

– No, anima mia, non tornerà.  Il nostro tempo è lineare, non circolare.

– Perché? Non è possibile che si riviva? C’è chi dice che all’infinito due rette parallele s’incontrano perché lo spazio tende a curvarsi. Pure l’orizzonte si ricurva perché il mondo è sferico!

– Non viviamo l’infinito, anima.  La mancanza è il senso del nostro essere, del nostro umano esistere.  Mancanza di tempi, luoghi, persone, risposte.

_ La mancanza, come lo spazio bianco tra il dito di Adamo e Dio!

– Si!

– Ma è forse nell’anelare il segreto dello  sfioro …

Che senso avrebbe sennò  questa sete costante, questa mancanza?

– Lo sguardo alto del pastore nella lunga notte buia…

Anima mia, devi lasciare andare me ed il tempo passato… Lasciami andare…

– Ma io non posso! Non posso dimenticare! Non posso
lasciarmi scorrere tra le dita quel che sono!

– Lasciami andare…Dobbiamo imparare a lasciare andare…

Quel che ti è ancora necessario rimarrà.

– Mi è necessario l’infinito.

Lo attenderò, anima mia. Perché allora questa parola ancora, “anima”?