Augurio di Felicità

Ogni Natale sembra uguale a quello precedente, mentre di anno in anno c’è sempre qualcosa di diverso. Il tempo scorre lasciandoci l’illusione di una semplice circolarità che nulla muta, ma tutto muta. Si perdono le cose, le persone, cambiano i tramonti e gli orizzonti, le percezioni, i sentimenti, noi: che cosa non siamo se non tutto ciò?

Così quest’anno ho una nuova immagine di Natale che non può che venirmi alla mente dopo lo studio di letteratura tedesca: il racconto di Natale di Dürrenmatt. Quando si dice l’influsso della letteratura!

In questo racconto si narra di un uomo qualunque in una cittadina tedesca qualunque, intendo dire una qualunque città del mondo a Natale nella nostra epoca, che cammina nelle strade innevate. È solo e gelato con solo il cielo sopra di lui e quasi dimentica il senso di questa festa che i più ardentemente si impegnano -direi brulicano- a festeggiare. Camminando scorge un bambino tra la neve, non reale, di plastica. È un giocattolo forse gettato e anche alquanto storpio. Non ha più gli occhi e ha le manine e gli arti in generale congelati. L’autore lo descrive come se fosse vivo e morto insieme.

Il protagonista prova una disperazione totale alla vista di quel bambino vivissimo nella sua morte, reale e artificiale allo stesso tempo. Un dolore probabilmente più forte ancora di quello di Leopardi di fronte alla fredda luna che non risponde più. Il protagonista vede sé in quel bambino artificiale vivo e non vivo, reale e di plastica: è l’immagine più orrida del Natale che io abbia mai letto e in generale la letteratura abbia mai incontrato.

È con gran dolore un’immagine reale.

Mi faceva notare una mia amica come sia un profondo non senso l’opulenza, il dorato, il luccichio che caratterizza il nostro Natale. Mi faceva notare come sia una negazione del Natale stesso: la festa della povertà e della verità fatta carne diventa festa dell’opulenza vuota. Ciò è mostruoso.

Penso come sia nell’uomo allo stesso tempo la possibilità di plasmare il reale a luce o a fango. Le nostre mani, la nostra mente, i nostri animi hanno la dote di poter mutare la situazione a miracolo, a stupore, a bellezza senza fine oppure ad orrore, non senso, buio, marciume e putrido fare. Non dico che sia compito semplice, non ci do piena colpa: come diceva giustamente de Andrè, l’uomo è uomo, fa il possibile nell’ambito della sua storia e di sé stesso, cerca di accomodarsi e adattarsi, forse salvarsi.

Tuttavia credo che invece di chiedere, ancora chiedere qualcosa di cui siamo pieni e per questo vuoti, invece di desiderare spasmodicamente qualcosa che non esiste, che è mero desiderio fine a se stesso e senza alcuna felicità, invece di circondarci di orpelli e fuochi fatui, se prendessimo l’essenziale che ancora ci lega alla vita e ci legherà sempre, questo nodo sacro per chi è ateo e per chi è credente (la vita è comunque un nodo sacro che tu creda o no a Dio), se riconducessimo tutto a quel poco è fondamentale che abbiamo, riuscendo a vivere della povertà ricca, del coraggio umile, del tempo denso, del poco infinito contenuto in una carezza, allora faremo davvero un miracolo.

È questo il semplice miracolo del Natale: quello che abbiamo. E’ il miracolo della vita che in questa giornata va festeggiato. Della vita e della speranza. Il vero e profondo modo di festeggiare sta nel poco, ma lo sforzo che va fatto, è richiesto, è davvero grande: riuscire a ritrovare la felicità nell’autentico privo di finzioni e artificio, come la plastica di cui è fatto il bambino nel racconto di Natale di Dürrenmatt.

Tutto quello che ci è necessario lo abbiamo, non va ricercato al di là di nessuna cosa, non è oltre a nulla.

Forse nulla è perduto, nessun equilibrio e nessuna speranza, siamo solo noi a dover cambiare prospettiva.

Molte cose concorrono a farmi credere che la felicità si possa trovare in un atto di coraggio, forse quello della coscienza che è necessario essere piccoli per dare immensa grandezza, poiché nella grandezza non vi è che l’illusione e dunque piccolezza, come tutti gli uomini ritenutisi grandi, al di sopra delle parti, hanno reso solo male, pericolo.

Io vi auguro allora di essere felici veramente nel profondo e nella povertà, nell’autentico e nell’amore. E se qualcuno conosce formule alternative, gli auguro di essere felice a suo modo fino infondo. Io non ho trovato che questa, essenziale e vera.

RIDERE

Sii leggera

Leggera, sii leggera

che un sospiro è già fu.

La sosta non è di questi corpi,

né radici né segni:

un cenno, transito volo.

 

Leitmotiv

come dei tronchi di castagni cerchi concentrici:

contorti tracciati a testamento.

 

Di mancanza e perdita polvere,

se non esiste il paradiso,

custode esisterà un pozzo

che tutto tiene e ritorna.

 

Sii leggera

che al peso il volo cede .

anelli-tronco