Fuga 1 – Adorno

Fuga 1 - Adorno

Prigione della parola. Miracolo e prigione. Come odio come amore.

Viene meno il fiato e il concetto.

Oh forma, tu non sei di questi moti, questi brii e fracassi, curvarsi e stracciarsi in pulviscoli. Perdersi in riflessi di immagini moltiplicate, miraggi, capogiri. Tormenti e angosce, mancanze e lacerazioni, taciti urli e sguardi che non trovano posa. Perduti orizzonti.

Parola, parole scroscianti e vuote. Più triste profanazione.

Viene meno il fiato e il concetto.

Corpo carne pelle calore carezza sfioro tatto pulsione: dove?

Fuga, imprevedibile fuga: parola, lontana mancante, tu non sei, non basti.

Catene allo spirito, usurpata espressione.

Glacialità.

Svetta tra fruscii frenetici, chiassi, flash multicolori.

Respiro dove dimori? Soffio vitale, in quale perduta immagine? Taci.

Corpi senza corpi, atomi senza nucleo.

Cielo di carta. Un filo d’erba.

Carezza.

Corpo perché, a questi gesti vacui? Macigno il tuo silenzio, l’ombra. Prigione della forma.

E’ sinfonia ancora il verbo interiore?

Forma, espressione: raccontare a tango col silenzio, luce e tenebra.

Carezza del fiato, tepore delle labbra. Un gesto.

Miracolo e prigione. Come odio come amore.

Fuga.

 

Paesaggio con scrittura

Paesaggio con scrittura

Un velo, fruscia tenue.

Ruvido di tela sulle dita umide. Non tela forse, tessuto fitto, come di sacco. Raggela, aspro e pungente, a modo del dimenticato. Gela al tatto.

Nondimeno ruvido, rude di memoria passata e sconosciuta.

Calcareo sapore d’olfatto o di gusto, difficile scindere.

Emerge Antico, un antico che mi appartiene.

Grossa e improvvisa s’inerpica una linea di calore sul palmo.

Piano ora risulta lo sfioro e leggero: calore possente, calore che scema. Forse solo polvere, sbiadito o ombra. Più piano, finissimo, scorre il mio sentire. Pare lucente.

Lucide, rischiarate quasi bianche: parole. Circonvoluzioni e intrighi, lettere sicure.

Lettere incise.

Come appare d’oro la parola, penetrante! Già muovono le labbra e pare udire voce o sussurro.

Discorsi da tempo in noi, sognati e interiori.

Eppure strana  la lettura sotto le dita, strano leggere solo un sentire.

Sfugge il senso. Pure all’occhio sfugge un senso che non sia il sentire.

E pure l’occhio sente.

Senso dei sensi? Anche l’anima ha forse una sua pelle.

Svetta un gelo improvviso ancora, nel lucente fluire. Polvere, vuoti lontani o chissà.

Ombre.

Ondeggia nel giorno limpido un velo.

“Chilosa”

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Levità dell’essere, volteggiare come l’aria che sfiora le mani aperte e sale vibrando lieve, i capelli danzanti.

I passi s’inarcano e gli arti al busto bacchico. Pieno un respiro sul sorriso e luce dello sguardo che sfugge al battere di ciglia, richiudersi a culla. Va da sé tutto, senza pensiero.  Un segno, una sinfonia, sia o non sia corpo.

Molto oltre, libellula lo spirito aleggia. Altri mondi, altri universi, altri volteggi.

Povero il reale non alato, rifranto dai mille colori!

Levità dell’essere.

Un abbraccio e un respiro nuovo il tonfo su altra pelle, altro odore.

Forse un secondo respiro. Intimo inspirare .

Tango. Vento tra i papaveri.

 

Omaggio a Chagall

IMG_0013Impercettibile battere di ciglia, rotondità delle labbra.

Cade una ciocca, prende libertà. Tutto tace.

Crepita gelo sotto i passi immobili e nudi. Crepita l’opaco, il velato, l’immobile silenzio siderale.

Traversi raggi inebriano l’aere .

E tuttavia, quante corde stridono! Armoniche si toccano appena tra i loro singulti, sobbalzi.

Vibrano sembianze, movenze, sfocate gestualità. Immense distese sinfoniche s’inseguono quasi a volersi intrecciare.

Luce abbagliante.

Aromi incessanti a sprazzi di colore e boreali voli. Tocchi, plananti striature.

Sfioro, tepore. Chi raggiungerà mai quest’acme, profondo smisurato?

Cogli in volto, come un fiore. Cogli i plurimi violini e moti acrobatici dalle caleidoscopiche tonalità orientali. Arazzi.

Leggero innalzarsi, a tinte pastello.

Nuvola rosso magenta, infuoca un cielo africano.

Sfioro, tepore.

Scintilla un  baco al dibattersi del bruco, come corpo imprigionato in coltri sideree.

Volo, leggiadro e soffice essere oltre ogni gravità. Dolce solletico, carta da zucchero: sogno?

Raggi traversi inebriano l’aere.  Impercettibile battere di ciglia.

Empedocle

Il cuore, una reggia argiva.

Bianca rena, come ogni pietra intorno. Intrise le vesti, ricolmo ogni panneggio.

Intriso il gusto, l’olfatto, la vista. Astratte spirali le ciocche tracciano sul terreno, tristi onde. Ma non le orme: esatte e regolari in ogni dettaglio. Ogni fallo, incertezza segnata su una mappa che si traccia da sé.

Tacito lo strazio su questo suolo, adagiarsi, giacere, dimenarsi.

Invisibili scricchiolii.

Purpureo cielo a tocchi d’oro, come a raggi lo spugnoso biancore di ogni appiglio.

Bruno e qualche stella, lontana.

Cielo insulare di ionica salsedine, arso di scirocco, sfavillio di lava. Frescura del tramonto. Aroma preciso, definito nel bronzo, aroma nel petto con rinnovato battito.

Rombo, lamento, canti.

Permeato l’animo, distillato secolarmente nel profondo finissimo, arcano: rombo, lamento, canti.

Aroma, essenza, animo pieno.

Creazione e distruzione: acqua terra aria fuoco. Riti orfici, eterno ritorno, il cerchio ancora?

No, solo un punto colpito nel suo centro dalla freccia scoccata. Essenza pura, essenza irradiata dal raggio al tramonto. Fùsis. Nodo.

Sotto ogni passo genie di sguardi alti nella Notte d’ogni tempo.

Fruscii. Gorghi.

Porpora e mantelli nella sera che scende.

Una reggia argiva il cuore. Il battito: aroma di bronzo, frescura al tramonto, scirocco.

Rombo, lamento, canti. Creazione e distruzione.

Holzwege

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Ululi di fogliame e cupi crepitii. Fischi di legna e rovi.

Selva oscura, fitta dove l’essere stagna.

Scricchiolano i passi e gli spettri. Ombre s’inseguono, ombre senza luce.

Sibillini riflessi a rarità, come soli obliqui. Turbolenze delle fronde nere o dello sguardo. Dimenarsi. Catene di un Prometeo. Catene divine, maledette!

Occhi di un Edipo. Giogo.

Fuga, fuga a per di fiato, per ogni dove: labirinto e non un filo.

Labirinto ad echi che s’intersecano, fatui bagliori, miraggi .

Dimenarsi ad un giogo che è nodo, oh fuga!

Curva un spirito che non trova posa. Vuoto.

Hic et nunc: esistere gettati al mondo, cammino in cerca del cammino.

Lacero d’intorno tutto, franoso, inconsistente, invalicabile.

Sentiero interrotto, segno perduto.

Va la bussola impazzita.

Trame Buie della via, pensiero. Errare.

Hic et nunc: ritrovarsi nel non trovarsi. Soli obliqui.

Catene di un Prometeo, occhi di un Edipo.

Diramarsi delle fronde, slargo di luce: solo in un respiro.

Crederci ad ogni passo e tenerlo in mano.

Anaesthetica

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Nella notte i colori di ogni ora, ma questa è Notte. Notte atea.

Gelo su gelo come potenza ennesima. Brina fosca e nebbiosa.

Moti umani ennesimi (o formicai?) si ergono a lunghe torri fumanti, luccicanti, psichedeliche. Troni al cielo di verità sofistiche: sofisti di New York e cenere di una qualche Atene.

Virtuali circhi di funamboli e trapezisti a solletico delle nuvole, di fumo.

Iperazionalità dove il sonno era forse meno mostruoso di questi Cerberi cannibali.

Gelo ennesimo, nebbioso e nebuloso.

Oh silenzio in ogni sfumatura! L’orizzonte è d’alluminio, né più una scheggia: unica lamina liscia lucida piatta,  ricoperta dalle sospese circonvoluzioni acrobatiche.

Oh pace del monocromo!

Usurpato, già usato tutto. Scoperto e disvelato il dettaglio.

Stanca la totalità ora, frontiere inconsistenti. Ora atterrisce il profondo, penetrazione al fondante (Qanat?). Aborre il pensiero.

Erose le colonne, che più?

Soavità dello sguardo in sé stesso, silente e muto!

Essere e non essere: riposa Amleto giunto il tempo del silenzio.

Libidine della mente che, cullata, ondeggia in mondi lampo!

Esoterismo di contorni ennesimi e sfumature ripetute, identiche come riflesse.

Intelletto googleiano.

Oh libidine, il fluorescente e ronzante ondeggiare!

Aesthetica e Anaesthetica.

Fragranze di primordiali graffiti su pietra, negli arcani vani dell’intimo sussurri.

Freschi arcobaleni.

Serenità al progresso: soavità dello sguardo in sé stesso.

Cerberi e gelo. Aesthetica e Anaesthetica.

 

Felicità sintetica

Mi hanno detto che vendono la felicità, in un negozio vicino casa mia. Costa molto, ma ho raccolto i soldi. Ci sono andata oggi. Nel negozio c’era lo scaffale “Felicità” vuoto, quello “Dolore” pieno. Ho fatto una fila di 7 ore, solo perché ci sono andata alle 4 del mattino!

Alle 11.00 ero di fronte la commessa. Le ho chiesto la più grossa: “Felicità per la vita”. Mi ha detto che ero fortunata perché c’era l’ultima.

Mi aspettavo un pacco pesante, invece nulla. Mi hanno puntato un laser al cuore e mi hanno detto che arriverà, come il messaggio della ricarica sul telefonino.

“Da ora lei sarà felice” mi ha detto la commessa. Boh, mi sento uguale.

Mi hanno dato un foglietto con scritto “CONTROINDICAZIONI”, chiedo spontaneamente e ridendo: “Che controindicazioni può avere la felicità?”, “Formalità, stia tranquilla” risponde la commessa.

Uscendo vedo la chilometrica fila di attesa come colorata di colori che non ho. Non ho in me.

Per strada vedo colori che non ho: un barbone è verdone, un cane randagio è rossiccio, una vecchina è rosa confetto. Non ho questi colori. Ho paura.

In casa mia non vedo più colori. Tremo.

Leggo le controindicazioni:  “1) perdita dei colori vivi , pochi soggetti hanno manifestato in questo reazioni di rigetto”.

Ho paura: io rigetto la felicità?? Esco di corsa.

Sono andata in manicomio, in prigione, in orfanotrofio, in ospedale:  nella più grossa lacrima trovo più luce che in me. Tremo !

Non posso vivere così.

Mi sono decisa, compro il dolore. Domani andrò a prenderlo. Costa poco e spero mi depuri. Chiederò rimborso.

Ho trovato la felicità però, sì. E’ arrivata.  Almeno l’ho sentita nella vita di sempre. Ho capito anche che non è vero che tutto ha un prezzo, chi lo dice è diventato più sterile di questa felicità sintetica. Ho paura ancora però, per quelli che la compreranno.

VADIM STEIN1