Chiamami

Chiamami

quando l’ombra scende sui tuoi occhi nudi,

sui tuoi occhi neri bambini

spalancati all’abisso, amore puro, costante che appella.

Che sei, timbro della tua pelle.

Chiamami

in ogni tempo dell’esserci,

per qualunque sfera dell’esistere,

alle innumerevoli crocevia del cuore:

io risponderò.

Ci sarò che io sia, che non sia. Non conta.

Il senso non è queste parole che con sforzo riesumiamo, custodiamo, ad arte ricamiamo,

nelle gesta tese allo slancio del momento opportuno,

nel ritmo di un respiro a scandire stagioni d’istanti,

della presenza per un’ identità.

Non lo raccoglie un nome o un profilo esposto a percezione, coscienza.

La conchiglia echeggia una nenia.

Chiamami

come una filastrocca dalla rima baciata,

la più scontata,

alle stelle stranite di  una notte narrate e le nuvole terse di naufrago:

conserve di compagnia al tuo barattolo trafugate,

celate da polvere, dimenticate.

Ci sarò e sarò io:

la promessa scambiata di cui ci siamo intessuti.

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Foto di OLEG OPRISCO

L’esserci e la condizione.

Come ci siamo illusi di sottrarci all’erosione?

Come illuderci ancora di sfuggire la corruzione, preservare l’integrità?

Noi siamo

la pietra su cui porosa leviga ad onde la pioggia che si adagia,

si getta,

il vento possente cullando ribatte e spezza.

L’esserci, la sua condizione.

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Opera di Igor Mitoraj, foto di Alexander Fredés

Non ammirarmi. Graffio solo gli argini delle mie costrizioni.

Mi risulti vigliacco, un ipocrita comodista. Tu non sai la fatica, la speranza che trema, lo sforzo che resiste a se stesso, il sacrificio.

Spensierato vaghi nelle tue fughe, possibilità molteplici.

E’ vero, io non so la tua fatica,  la tua speranza tremante, il tuo sforzo resistente, i tuoi sacrifici.

Dimostralo. Dimostralo a me.

Io ti chiedo l’eroico perché questo mi è stato chiesto. Mi chiedo.

Lo chiedo per te, sulla tua vita. Perché questa strada per la bellezza conosco, non altra.

Perché sola è niente, la mia fatica.  Se l’ammiri e ti fermi è uguale che la denigrassi.

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Assale

Talvolta mi assale un fiore bianco

i suoi petali porpora di seta e sfavillio fuggente,

linea pastello orizzonti di respiro

e recinti palpitanti cielo, fiorire placido di boccioli:

notti,  “Portami via- la pioggia non ci tocca”.

.

Mi assale il nulla

il loro essere putrido, i petali

quel sincero così grande nulla che pareva Primavera.

Il ricordo è un misero bocciolo

e assale. Non ha più volto, un nome cavo.

Segni addensano in grappoli di follia senza memoria.

Contorni degradati, scomposti.

L’hai sperduta la poesia, sospinta in qualche sistole sottile di te.

Dove lenta possa farsi nulla.

Ti lasciai gli occhi e sono nulla.

.

Uno spartito chiuso tra chiavi di accordi dimenticati,

sogni di cui non ritorna neppure un timbro

e assale

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Enzo Tomasello, Acquarocca climber, 2004, olio su tela, cm 120 x 120

Non ricordo l’ultima volta in cui i limiti hanno delineato il mio profilo.

Risale ad un tempo di negligenza, quando mi lascio trasportare dall’onta negligente.

Ed è mai ed è sempre.

Non sono mai nulla più di ciò che sono e mai sono qualcosa senza espandermi dai miei confini.

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Foto di OLEG OPRISCO