Al pozzo del perduto

Al pozzo del perduto interroga lo specchio. 

“E’ tuo questo ventre dilatato e prosciugato?”

“No. Io non lo ricordo…”

“E’ tuo questo torace collassato,

questo costato capovolto, accartocciato?”

“No. Io non li ricordo…”

“Sono tuoi questi fianchi sbilenchi, ritorti?”

“No. Io non li ricordo…”

“E’ tua questa colonna indistinta, 

questi omeri ciondolanti?”

“No. Io non li ricordo…”

“E’ tuo questo busto traverso e arcuato?”

“No. Io non lo ricordo…”

“Sono tue queste mani raggomitolate,

queste caviglie concave

queste ginocchia in disaccordo?”

“No. Io non le ricordo…”

“Eppure loro dicono di essere te…”

Ricordo un silenzio rombante,

uno stridore tonfo di silenzio

come una linea retta, parallela al respiro, 

costante di eterno.

Ricordo un ghiacciaio sospeso come tuono 

racchiuso nell’aria che non spezza e lascia teso il cielo.

Ricordo una cerniera arrugginita che luccica, 

che cigola appena come un’eco sommerso.

Ricordo un segno che non ricordo, 

che non ho osato mai attraversare,

e non mi lascia, 

mi plasma: un distintivo esatto.

Ricordo una tradita intimità di amore,

manto della carne, fibra d’epidermide,

annegato in un gesto sopito.

O pozzo del perduto, forse tu puoi dirmi:

che io sia stata smembrata e moltiplicata 

in milioni di arti sconfinati, sparpagliati?

Ricordo voli 

di libellula, airone, gabbiano, falco, rondini

ed il salto in danza da valzer,

la corsa leggera a frescura di vento.

Ricordo uno specchio che non risponde…

Ricordo un gioco rincorso e giocato,

un gioco visto e spezzato.

Ricordo un respiro che creava rete,

che bastava in sè,

che non basta più.

Occhi che non sanno posarsi,

ricordo occhi commisti ai miei

come acquitrini confluiti in unico stagno,

“amore nutri la forza e abbracci la fragilità”: 

miraggio.

“Solo il corpo ci fa noi, un contatto”.

Ricordo l’amore che non esiste per chi non esiste, 

eppure ricordo…

Ricordo un silenzio rombante.

O pozzo del perduto, forse  tu puoi dirmi:

dove ho sperso il capo del filato al mio tappeto,

l’immagine il riflesso?

13123355_1160081407359409_5355728616232615046_o

Immagine di Carlo Cordua “Gioco di luci sott’acqua” olio su tavola

Se non dovessimo salvarci

Quanto amai Dio ti amai

non serve che lo dica

stridente sottofondo roco tu sei al passo

Quanto amai Dio ti amai

e io non conobbi il suo volto

ma distinto il suo profumo,

orizzonte

Quanto Dio amò me ti attesi

e fondo il dolore dello snaturarsi,

capovolto volto perché non fossi

sola alle mie torte vie di cecità e d’errabonda.

Per quel punto che è l’essenza in una promessa,

per non tradirla la parola e l’essenza,

certo del ritorno.

E io l’avrei la certezza,

io saprei chi sei

se istante ed eterno coincidessero.

Se non fosse qui e ora solo tutto qui e ora

in perpetuo dinamismo.

Io mi sperderei in corpuscoli miseri,

in frammenti di specchi impercettibili,

io non la romperei questa fedeltà al fondo che non tace,

non tace mai

la lingua distinta ed esatta,

se non dovessi salvarmi 

per queste sembianze e nome e tempo e unicità.

Io non la tradirei la fedeltà al fondo,

se non dovessimo salvarci, 

come ci siamo promessi

tra labbra e cuore.

Quanto Dio amò me mi amasti.

10353531_727376517378413_6090239935446559563_o

“Tentata Restituzione”
Opera del 2011
Particolare

Luigi Papotto

Perimetri

Parlare

Tacere

Cercarti

Fermarmi

Dimenticare

come non essere

Non essere mai stata.

Le porte sono chiuse.

Io non sono io,

mi fingo.

Non sono mai io.

Lì, ci sei tu.

Dove ho chiuso gli occhi

perché muro era il confine

di carta e abisso.

13072836_1155086441192239_6731098279312832547_o

Dipinto di Carlo Cordua