Incarnato mistico

Il mio cane

L’uccellino che cinguetta sul balcone

La colomba che salta dal tetto al ramo

Il gatto che passeggia sulla tegole

La tartaruga che addenta la lattuga

La lucertola che si nasconde

Il verme che attraversa la terra:

non sono più vicini a Dio,

sono Dio.

Come non avendolo mai perduto,

non avendo mai conosciuto.

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Carlo Cordua, “I fiori del bene”
pastello su tela

Dentro te

Sono un battito all’unisono

come se avessi il tuo polso

dentro il palmo,

ma non capivo, quando mi dicevi:

“Io ti sento”.

Ora so perché

quando penso a Dio penso a te.

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Foto di Estéban Pozzuoli

Io sono una fenice

Siamo così vicini che il tuo fiato

è alla mia bocca.

È forse l’origine del mio canto?

Siamo così lontani che non ho più

negli occhi il profilo del tuo volto.

È forse un principio di beatitudine?

Ci siamo scambiati il flusso dell’animo

perpetuabilmente

come due otri connesse da un canale:

sono pervenuta al tuo fondo?

Ti ho fatto rinvenire i miei relitti?

Tu hai le chiavi di tutte le mie porte.

Puoi aprirmi il ventre

per vedere cosa ho digerito e cosa no.

Puoi aprire l’utero

per vedere cosa ho partorito e cosa ho abortito.

Puoi aprirmi i polmoni e sentire

cosa mi irrora e cosa mi soffoca.

Puoi disserrare l’ugola per scorgere dov’è

sospesa la voce mia.

Dal naso puoi assaggiare i miei profumi

e dagli occhi contemplare le mie visioni.

Puoi sciogliere ogni serratura della mia mente

e attraversare di membrana in membrana,

fino al midollo, tutto il mio abisso.

Puoi sciogliere le cosce

per afferrare sogni di cavallerizza.

Puoi liberare i piedi

e abbracciare l’ambizione di funambolo.

Puoi districare ogni mia vertebra

e piroettare nel mio mondo di danzatrice.

Tu puoi uccidermi.

Tu puoi salvarmi.

E so cos’hai deciso.

Ma tu non sai che,

sebbene la vita è un gioco a carte,

e le piume non siano infinite,

io sono una fenice.

Puoi spalancarmi il cuore

e leggerne ogni segreto

ignoto a me stessa.

Un solo nome lucente:

il fiore più occulto

e audace di me

ti attende.

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Foto di Estèban Pozzuoli