Il Giogo

Se un gioco
fosse un giogo,
saremmo tutti vinti.
Ma se un giogo
fosse un gioco,
il mondo intero
potrebbe rivoltarsi
come un atto dissacrante,
irriverente.

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Susanna Barsotti, Acquerello su spartito

Dirupi

C’è un cielo tappezzato di sogni

e le stelle ammantate di bianco

come se mancasse l’aria.

Cigola la mia amaca,

io contemplo estatica il silenzio.

Tutti dormono.

Tento di immaginare l’inconosciuto,

ma mi coglie una nostalgia erosiva.

Vorrei una sospensione,

ma l’assenza di tensione

non riduce il varco.

Si potrebbe optare

con un soppesare,

ma ho dirupi al posto di canali.

Essere è un gioco da ragazzi

che riesce solo ai bambini

e agli amanti.

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Acquerello di Susanna Barsotti

Di racconto e d’invenzione

Raccontami cosa si prova

a portare alla bocca un bicchiere

calibrando bene il moto e il peso

tra labbra e polso,

e bere. Raccontami

com’è camminare

sentendo la terra sotto la pianta

e la tensione dei muscoli così leggeri,

correre e saltare.

Raccontami, se lo ricordi ancora,

il tempo in cui si gattona

e quello di un morso

alla mela mentre gocciola il succo sul braccio.

Raccontami, dal ricordo di un’immagine o d’invenzione:

com’è pettinarsi

e farsi scivolare un abito di seta,

mettersi il rossetto

per ammirare poi lo spettacolo della maschera.

Se allo specchio non ci riconosciamo

è perché non ci conosciamo;

se, pur vedendoci, non ci vediamo,

è perché vediamo.

La conoscenza sprofonda nel sonno,

la visione è cieca.

Solo l’anima conosce,

ma è una stella polare direttiva e altissima,

è una colonna vertebrale scissa,

avvolta nel bozzolo della cecità e rimozione.

Io con te non avrei fatto l’amore:

mi sarei scambiata l’anima.

Sul letto uno sopra l’altro

al bordo dell’abisso ridendo.

Contando le stelle per metterle in saccoccia

illudendoci d’eterno.

Ti avrei chiesto un’intervista a me stessa

dove io avrei scritto le domande

e tu le mie risposte.

Come due fanciulli,

come quando ci siamo lasciati.

 

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Foto di Susanita

Una lettera ancora

Vorrei scriverti una lettera,

ma ho perso l’indirizzo

di te di cui in fondo

mi è rimasto solo questo.

Sarebbe come un muro al pianto,

deporla lì in un fosso,

se solo ci bastasse,

la risposta del silenzio.

Ma proprio questo qui è l’amore

mio, tuo, dell’universo

e di ogni suo riflesso?

Quanti mila di miliardi di stelle all’infinito

per vederne sù due, tre

indicarle con il dito.

Vorrei scriverti una lettera,

un’altra, sì, una ancora

perché sono ferma lì,

non riesco più ad andare

via da dove ho perso te.

Tu sei sceso giù nel fondo

dove il profondo è denso

del dolore di un abbraccio

del tremore di un conforto.

Tu sei sceso nel profondo

dove io stessa non ho nome,

ma soltanto un eco antico

del riflesso del tuo cuore.

Quel che ho stretto qui in mano

così forte da strappare,

vigoroso e palpitante

di amaro addensare.

Quel che ho visto come specchio:

tu che mi hai svuotato tutto,

io che ti ho donato il meglio.

Tu hai aperto un tempo nuovo

di me che non conosco:

cosa resta del mio cuore,

un deserto senza nome

in cui non lascio penetrare

più neanche un petalo di fiore?

Non avrei scritto questo a te,

animo mio, no, di certo,

ma ti avrei raccontato

di un giorno di Agosto

In cui io immersa in mare

mi ritrovo tutta intera

e nel petto scopro un punto

dove tempo ed eterno

coincidono in cerchio.

Non so più dove tu sei,

ma di te ho io un pezzo.

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Foto di Susanita