Empedocle

Il cuore, una reggia argiva.

Bianca rena, come ogni pietra intorno. Intrise le vesti, ricolmo ogni panneggio.

Intriso il gusto, l’olfatto, la vista. Astratte spirali le ciocche tracciano sul terreno, tristi onde. Ma non le orme: esatte e regolari in ogni dettaglio. Ogni fallo, incertezza segnata su una mappa che si traccia da sé.

Tacito lo strazio su questo suolo, adagiarsi, giacere, dimenarsi.

Invisibili scricchiolii.

Purpureo cielo a tocchi d’oro, come a raggi lo spugnoso biancore di ogni appiglio.

Bruno e qualche stella, lontana.

Cielo insulare di ionica salsedine, arso di scirocco, sfavillio di lava. Frescura del tramonto. Aroma preciso, definito nel bronzo, aroma nel petto con rinnovato battito.

Rombo, lamento, canti.

Permeato l’animo, distillato secolarmente nel profondo finissimo, arcano: rombo, lamento, canti.

Aroma, essenza, animo pieno.

Creazione e distruzione: acqua terra aria fuoco. Riti orfici, eterno ritorno, il cerchio ancora?

No, solo un punto colpito nel suo centro dalla freccia scoccata. Essenza pura, essenza irradiata dal raggio al tramonto. Fùsis. Nodo.

Sotto ogni passo genie di sguardi alti nella Notte d’ogni tempo.

Fruscii. Gorghi.

Porpora e mantelli nella sera che scende.

Una reggia argiva il cuore. Il battito: aroma di bronzo, frescura al tramonto, scirocco.

Rombo, lamento, canti. Creazione e distruzione.

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