Me in te

Quando mi spengo sei emersione

un punto, un luogo esatto

Potrebbe essere benissimo un’allucinazione

di eco riflesso perenne nella scatola della mente

un loop lancinante

Se tutto ciò che sento intangibilmente esiste

resto ancora a domandare

ma di certo so che sono soltanto ciò che sento

Sei sempre così qui

e tutto è mai adesso

forse perché sono io

vigile e sospesa e mai arresto

Quando mi spengo sei emersione

-ultimo percepito di fiato ancora alle parole-

come cosa che fiorisce quando l’altra muore

In limine, un limitare

vivere, militare

circonferenze parallele

coincidenti, mai incidenti

Di simmetrie di Tolomei

-e cielo e terra –

resta fluire il reale

che non son io, che non sei tu

guardando me in te,

che mai mi ti potrò rincontrare.

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Illustrazione di Susanna Barsotti

La valigia

I rettangoli lucenti delle finestre nella notte

sognano esistenze alternative

in cui non fosse preponderante la lente del disilluso.

Gli amori senza speranza mai spenti

gravano sul corpo come appendici goffe, opulente

frapponendosi al nostro divenire,

gettandoci nel perenne io fui.

Un chirurgo ben esperto reciderebbe l’irreale eco

come un piccolo scoppio di anelito d’ali.

Non ne sgorgherebbe sangue alcuno,

solo il rovente nudo noi.

La valigia da portare non contiene le cose necessarie,

ma quelle da lasciare.38286_424591971391_3827825_n.jpg

Foto di Susanita

Dirupi

C’è un cielo tappezzato di sogni

e le stelle ammantate di bianco

come se mancasse l’aria.

Cigola la mia amaca,

io contemplo estatica il silenzio.

Tutti dormono.

Tento di immaginare l’inconosciuto,

ma mi coglie una nostalgia erosiva.

Vorrei una sospensione,

ma l’assenza di tensione

non riduce il varco.

Si potrebbe optare

con un soppesare,

ma ho dirupi al posto di canali.

Essere è un gioco da ragazzi

che riesce solo ai bambini

e agli amanti.

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Acquerello di Susanna Barsotti

Di racconto e d’invenzione

Raccontami cosa si prova

a portare alla bocca un bicchiere

calibrando bene il moto e il peso

tra labbra e polso,

e bere. Raccontami

com’è camminare

sentendo la terra sotto la pianta

e la tensione dei muscoli così leggeri,

correre e saltare.

Raccontami, se lo ricordi ancora,

il tempo in cui si gattona

e quello di un morso

alla mela mentre gocciola il succo sul braccio.

Raccontami, dal ricordo di un’immagine o d’invenzione:

com’è pettinarsi

e farsi scivolare un abito di seta,

mettersi il rossetto

per ammirare poi lo spettacolo della maschera.

Se allo specchio non ci riconosciamo

è perché non ci conosciamo;

se, pur vedendoci, non ci vediamo,

è perché vediamo.

La conoscenza sprofonda nel sonno,

la visione è cieca.

Solo l’anima conosce,

ma è una stella polare direttiva e altissima,

è una colonna vertebrale scissa,

avvolta nel bozzolo della cecità e rimozione.

Io con te non avrei fatto l’amore:

mi sarei scambiata l’anima.

Sul letto uno sopra l’altro

al bordo dell’abisso ridendo.

Contando le stelle per metterle in saccoccia

illudendoci d’eterno.

Ti avrei chiesto un’intervista a me stessa

dove io avrei scritto le domande

e tu le mie risposte.

Come due fanciulli,

come quando ci siamo lasciati.

 

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Foto di Susanita

Una lettera ancora

Vorrei scriverti una lettera,

ma ho perso l’indirizzo

di te di cui in fondo

mi è rimasto solo questo.

Sarebbe come un muro al pianto,

deporla lì in un fosso,

se solo ci bastasse,

la risposta del silenzio.

Ma proprio questo qui è l’amore

mio, tuo, dell’universo

e di ogni suo riflesso?

Quanti mila di miliardi di stelle all’infinito

per vederne sù due, tre

indicarle con il dito.

Vorrei scriverti una lettera,

un’altra, sì, una ancora

perché sono ferma lì,

non riesco più ad andare

via da dove ho perso te.

Tu sei sceso giù nel fondo

dove il profondo è denso

del dolore di un abbraccio

del tremore di un conforto.

Tu sei sceso nel profondo

dove io stessa non ho nome,

ma soltanto un eco antico

del riflesso del tuo cuore.

Quel che ho stretto qui in mano

così forte da strappare,

vigoroso e palpitante

di amaro addensare.

Quel che ho visto come specchio:

tu che mi hai svuotato tutto,

io che ti ho donato il meglio.

Tu hai aperto un tempo nuovo

di me che non conosco:

cosa resta del mio cuore,

un deserto senza nome

in cui non lascio penetrare

più neanche un petalo di fiore?

Non avrei scritto questo a te,

animo mio, no, di certo,

ma ti avrei raccontato

di un giorno di Agosto

In cui io immersa in mare

mi ritrovo tutta intera

e nel petto scopro un punto

dove tempo ed eterno

coincidono in cerchio.

Non so più dove tu sei,

ma di te ho io un pezzo.

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Foto di Susanita

Stabile nesso

Pagherei tutta l’esistenza

per un giorno di risa

con te, oggi come allora,

soltanto un’ora.

Ma penso che non sarebbe giusto:

se amo il tuo amore,

la tua gioia felice, la tua vita fiorita,

perché non aprirmi alla mia

che sale come pallido arcobaleno

da un grigio acquitrino?

Ma io non riesco a sgusciar da me stessa,

far la muta, come quelle specie resistenti.

Un gancio solido, uno stabile nesso

mi dice chi sono, mi tiene in vita

e al patto di alcun compromesso

mi sfalda in ogni fibra.WhatsApp Image 2019-02-15 at 15.59.54.jpeg

Incarnato mistico

Il mio cane

L’uccellino che cinguetta sul balcone

La colomba che salta dal tetto al ramo

Il gatto che passeggia sulla tegole

La tartaruga che addenta la lattuga

La lucertola che si nasconde

Il verme che attraversa la terra:

non sono più vicini a Dio,

sono Dio.

Come non avendolo mai perduto,

non avendo mai conosciuto.

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Carlo Cordua, “I fiori del bene”
pastello su tela

Dentro te

Sono un battito all’unisono

come se avessi il tuo polso

dentro il palmo,

ma non capivo, quando mi dicevi:

“Io ti sento”.

Ora so perché

quando penso a Dio penso a te.

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Foto di Estéban Pozzuoli

Io sono una fenice

Siamo così vicini che il tuo fiato

è alla mia bocca.

È forse l’origine del mio canto?

Siamo così lontani che non ho più

negli occhi il profilo del tuo volto.

È forse un principio di beatitudine?

Ci siamo scambiati il flusso dell’animo

perpetuabilmente

come due otri connesse da un canale:

sono pervenuta al tuo fondo?

Ti ho fatto rinvenire i miei relitti?

Tu hai le chiavi di tutte le mie porte.

Puoi aprirmi il ventre

per vedere cosa ho digerito e cosa no.

Puoi aprire l’utero

per vedere cosa ho partorito e cosa ho abortito.

Puoi aprirmi i polmoni e sentire

cosa mi irrora e cosa mi soffoca.

Puoi disserrare l’ugola per scorgere dov’è

sospesa la voce mia.

Dal naso puoi assaggiare i miei profumi

e dagli occhi contemplare le mie visioni.

Puoi sciogliere ogni serratura della mia mente

e attraversare di membrana in membrana,

fino al midollo, tutto il mio abisso.

Puoi sciogliere le cosce

per afferrare sogni di cavallerizza.

Puoi liberare i piedi

e abbracciare l’ambizione di funambolo.

Puoi districare ogni mia vertebra

e piroettare nel mio mondo di danzatrice.

Tu puoi uccidermi.

Tu puoi salvarmi.

E so cos’hai deciso.

Ma tu non sai che,

sebbene la vita è un gioco a carte,

e le piume non siano infinite,

io sono una fenice.

Puoi spalancarmi il cuore

e leggerne ogni segreto

ignoto a me stessa.

Un solo nome lucente:

il fiore più occulto

e audace di me

ti attende.

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Foto di Estèban Pozzuoli