Il cappello rosso

A giugno ho dovuto licenziare la mia assistente. L’avevo trovata dopo enormi fatiche e con lei avevo raggiunto un equilibrio prezioso. Dovevo tornare in Sicilia, a Catania, e a Catania nessuno mi ha aiutata a trovare un alloggio che non costasse troppo per ospitare anche lei. Così ho dovuto rinunciare.

A Catania sono rimasta tre mesi. Lì ho trovato una persona gentile e disponibile, una signora algerina, libera da impegni familiari, che fin da subito si è detta pronta ad accompagnarmi ovunque. È cominciato così un nuovo percorso. Ormai sono abituata ai cambiamenti e a non affezionarmi, o almeno metto tutto ciò che resta, e che non si può dire, sotto una botola. È stata un’estate entusiasmante, piena di impegni e di cose belle fatte insieme.

Poi la mia assistente ha subìto un trauma. Suo figlio, in fuga dal suo Paese tra guerra e povertà, ha deciso di raggiungere l’Europa clandestinamente. Lei era in difficoltà e di conseguenza lo ero anch’io. Mi ha chiesto un po’ di tempo per trovare un’altra persona, dopodiché mi avrebbe lasciata. Intanto siamo partite per Milano, dove lei mi ha accompagnata. Finito il ricovero, mi ha accompagnata a Siena.

I colloqui

Già da agosto avevo iniziato a fare colloqui. Con il cambiamento ormai ci convivo, ma questa volta era necessario.

Ho incontrato una ragazza dell’Honduras che mi ha detto subito di avere due problemi: non poteva firmare un contratto perché percepiva la disoccupazione, e aveva un bambino di tre mesi. Le ho chiesto come avrebbe fatto a lavorare. Mi ha risposto che aveva bisogno di lavorare e che la sorella le avrebbe tenuto il bambino.

Poi è arrivato il resto. Una signora che parlava solo inglese mi ha chiesto del denaro per essere venuta al colloquio. Una ragazza mi ha chiesto soldi per una prova che consisteva soltanto nell’osservare. Un’insegnante di matematica, che studia e voleva arrotondare nel pomeriggio, si è resa disponibile e poi ha capito di non riuscire a incastrare tutto.

Una volta a Siena, ero in ansia ma speranzosa. Ho rifatto il colloquio di persona con la ragazza dell’Honduras. Brava, intelligente, sveglia, ma mi ha avvisata subito che non avrebbe potuto fare tutto il giorno, solo fino alle cinque del pomeriggio. Sarebbe stato un sacrificio, ma in quindici giorni avrei cercato di risolvere il problema.

Nel frattempo la mia assistente mi ha proposto di far venire sua figlia dall’Algeria. Per lasciare il Paese serve un contratto di lavoro, quindi avrei dovuto farlo senza nemmeno conoscerla. Ho cominciato a informarmi sulla pratica e ho scoperto che non è affatto facile, e che può essere pericolosa. Ma era comunque una speranza. Ho fatto un colloquio anche con la figlia, e altri ancora.

Ho iniziato la prova con la ragazza dell’Honduras e ho cercato altre soluzioni. Ho trovato anche un ragazzo algerino, serio e molto disponibile, ma mi sono resa conto quasi subito che con gli uomini non ce la faccio: mi sento troppo a disagio.

Il tempo stringeva e la mia assistente doveva partire. La prova era andata tutto sommato bene. La disponibilità non era completa, ma almeno non sarei rimasta del tutto sola. Ho pagato di tasca mia il biglietto della mia assistente, per ringraziarla della pazienza. L’accordo era questo: la nuova assistente avrebbe iniziato il venerdì, la mia sarebbe partita il sabato. Avrebbe dovuto trattenersi quindici giorni, poi tornare per trovare una soluzione più stabile e infine andarsene definitivamente.

Quando tutto crolla

Il giovedì mattina la nuova assistente mi ha avvisata che non sarebbe potuta venire. Il figlio doveva fare il vaccino e lei doveva stare con lui. La sorella non poteva tenerlo perché doveva andare a raccogliere le olive, un lavoro occasionale. Le ho fatto notare che aveva preso un impegno e doveva presentarsi. Mi ha risposto che sarebbe venuta. La giornata è passata, e alle 21:30 mi ha scritto che il giorno dopo non sarebbe venuta. Le ho detto di non venire più, pur senza sapere cosa fare. Il giorno successivo mi ha scritto ancora per chiedermi il pagamento dei giorni di prova.

In quei giorni sono rimasta ore e ore chiusa nel mio studio a riflettere, invece che su Dante e sulle mie ricerche letterarie, su come far quadrare i conti e dove trovare una persona.

Una candidata, al colloquio, mi ha detto che voleva aiutarmi e si è commossa fino alle lacrime per la mia situazione. Poi mi ha detto che per meno di 15 € l’ora non si sarebbe mossa da casa. Le ho fatto notare che 15 € l’ora è la paga di un operatore socio sanitario e lei non aveva alcun titolo, ma, data l’emergenza, le ho offerto in via eccezionale 13 €. Non ha accettato.

Un’altra persona ha fatto una prova e mi è sembrata brava. È rimasta con me tre ore, poi io avevo bisogno di riposare e le ho chiesto di allontanarsi per un’ora. Non l’ho più vista. Mi aveva scritto di aver preso una distorsione alla caviglia. Il giorno dopo mi ha comunicato di essere inabile al lavoro. Ho visto anche diverse insegnanti che volevano arrotondare, ma credevano che fosse un lavoro diverso.

A un certo punto mi sono chiesta se potessi farcela da sola per due settimane con le forze che ho. Ho chiesto aiuto al servizio di tutorato dell’università per coprire tre ore: la mattina mi serve aiuto solo per togliermi la giacca, bere un tè e prendere il computer. Ma il servizio non è ancora partito.

Intanto anche gli operatori dei servizi del mattino, pagati poco e con turni massacranti, in molti si rifiutano di ricominciare. Non ho nemmeno la certezza dell’assistenza mattutina, quella che mi permette di alzarmi dal letto e di sopravvivere. Continuo a chiedere con gentilezza, a tutti, di aiutarmi. Continuo a chiedere agli assistenti sociali di fare il possibile per non sospendere quel servizio, che almeno mi tutela: è il mio paracadute.

Continuo a fare i conti e non tornano mai. Ho scritto a tutte le associazioni del territorio e anche a quelle fuori. Ho cominciato a valutare le cooperative, che chiedono tra i 15 e i 20 € l’ora. Per quindici giorni, forse, posso stringere i denti. Mi sono chiesta se potessi permettermi di spendere più di 4.000 € in quindici giorni solo per l’assistenza diurna.

In mezzo a tutto questo mi è arrivata la comunicazione dell’INPS: devo restituire 28.000 €, perché ho iniziato a lavorare e quindi non mi spetta più una parte della pensione. Per due anni e mezzo avrò la pensione sospesa. Mi è venuto un attacco d’ansia. Non so come far quadrare i conti. Ho contattato un avvocato e abbiamo avviato una causa. Pago 1.000 € di affitto e pago più di 2.000 € al mese per un’assistenza che non è adeguata. È stata approvata vita indipendente, ma i fondi non sono mai arrivati. Combatto costantemente perché non venga sottratto monte ore all’assistenza domiciliare integrata. Vivo in una precarietà assoluta, esposta a ogni tipo di sfruttamento e di fragilità. E sullo sfondo c’è lo Stato.

Al momento l’unica cosa che abbiamo potuto fare è non fare partire la mia Assistente. Che ringrazio sempre. Stiamo cercando una soluzione.

Una trattativa economica

Tutti gli interlocutori che ho incontrato mi sembrano uguali. Tutti chiedono di non fare il contratto. Tutti dicono sì a tutto e poi si tirano indietro. Tutti comprendono il mio disagio e ne fanno la loro arma per ottenere qualcosa. Tutti vogliono aiutarmi a parole, ma nessuno vuole aiutarmi davvero.

Vorrei che le persone con disabilità avessero la forza di scendere in piazza come tutti gli altri, contro una politica che gioca a decidere del mondo mettendoci in conflitto continuo, a fare la guerra tra poveri senza riuscire a mangiare. Ma noi non possiamo farlo, e così non riusciamo a incidere sul sistema.

La ragazza che aveva rifiutato il lavoro a 13 € l’ora, a un certo punto mi ha detto: «Ma in questo modo, se io accettassi, le cose non cambieranno mai!»

«Ma cosa vuoi cambiare? – le ho risposto. – Vuoi cambiare le cose con me? Quando saprai dirmi come sopravvivere a un bisogno di assistenza continuativa con una pensione di 900 € e un reddito di assistenza di 1.000 €, allora ne parleremo. Fino ad allora, come puoi parlare di cambiamento a me? Vuoi cambiare il mondo sulle mie spalle, approfittando del più debole?»

Mi torna sempre in mente che non si tratta d’altro che di una trattativa economica. Tutta la nostra vita, non solo la mia, è una trattativa economica. Eppure in gioco c’è davvero la mia vita. Ad essere contrattata è la qualità della mia esistenza, e a deciderla non spetta a me ma a chi sta sopra di me. Questo, però, non riguarda solo me: senza che ce ne rendiamo conto, riguarda tutti noi che facciamo parte di questo mondo.

E no, non abbiamo armi a disposizione per cambiare le cose. L’unica cosa che possiamo fare è restare umani, nei limiti delle nostre possibilità.

Il cappello rosso

Di recente è venuta a mancare una mia carissima amica, che ha combattuto moltissimo per l’indipendenza. Alla fine si è arresa, si è lasciata andare. È troppo dura, è troppo difficile credere di poter vivere una vita indipendente: per una persona con disabilità, in questo Paese, oggi è ancora più difficile di ieri.

Nel giorno della sua morte sono andata a comprarmi un cappello rosso. Alla mia amica piaceva vestirsi sempre elegante e alla moda. Questa era la sua resistenza alla vita che ci viene tolta ogni giorno. Le ho promesso che avrei continuato la sua battaglia.

Oggi, per la prima volta, ho messo il cappello rosso.

Rispondi